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Apatia
Me ne sto qui, da più di mezz’ora, in piedi, davanti alla finestra. La primavera è la stagione perfetta; la definirei: quella della rinascita. E’ sempre stata la mia preferita: forse perché la primavera mi ha donato la più grande gioia, mentre fu un autunno dal sapore primaverile a portare seco il più grande dolore. Sarà per questo, ma anche per altri, al confronto più futili motivi, che ho amato la primavera. Quella vera.
Ma allora cos’è quest’indolenza che mi avvolge e non mi permette di apprezzare i colori, i profumi della stagione che ho più amato?
Guardo fuori, nessuno viene a tagliare l’erba dell’appezzamento di terra edificabile, perché nessuno si è ancora deciso a comprarlo per costruirci una casa… magari un condominio. A occhio e croce, otto appartamenti ci verrebbero comodi. C’è una leggera e fresca brezza, là fuori. Che spettinando l’erba me lo fa immaginare come un braccio di mare che divide casa mia da quella sull’altra sponda.
Allungo lo sguardo sin oltre il mare d’erba. Eccolo là, il vecchio ciliegio del vicino. Le fronde, magnifiche, di un verde commovente che ti aprono il cuore, esprimono la gioia di vivere… dell’albero, intendo.
C’è un uomo con il badile, è piegato in avanti, lo affonda nella terra grassa e la rivolta. No, non è il vicino. E’ un vecchio che combatte la solitudine; o che, forse, crede di allungare il tempo che gli resta, coltivando con passione l’orto del vicino. So per certo che dieci anni fa ha subito un pesante intervento a cuore aperto, e che certi lavori non li dovrebbe fare. Ma pare che il medico curante abbia detto alla moglie, che lo pregava di convincere il marito a starsene a casa stravaccato sul divano a leggere il giornale o guardare la televisione, di lasciarlo fare; perché ne uccide più l’apatia che la fatica e la soddisfazione che ti procura vedere un orto ben curato.
E se lo guardo, ora, mentre chiacchera e sorride scambiando pareri sulla coltivazione dell’orto con il mio vicino, non posso esimermi dall’affermare… che il suo medico curante è un genio!
Già… ma se le cose stanno così; e io so che stanno davvero così! Perché me ne sto qui, chiuso in casa a guardare la vita scorrere di là dalla finestra, rimuginando su quello che avrebbe potuto essere e non è stato, e non reagisco?
Un pezzo di terra l’ho pure io. E allora, perché non prendo il badile e inizio a tracciare il primo solco di quello che sarà un modo diverso d’intendere quanto resta di questo giorno… e di quelli che verranno?
Perché permetto all’opprimente fardello dei troppi errori commessi nella vita, di soffocare con il suo peso le poche cose buone che pure ci sono state e che, dunque, hanno dato un senso all’esistere?
Perché consento al dolore straziante di mordere l’anima, senza volgere il pensiero a ricordi degni d’essere rivisitati, che mi permettano di rivivere attimi di felicità in grado di cacciarlo in un angolo e di renderlo innocuo… o perlomeno di attenuarlo, il dolore straziante?
Dovrei scuotermi! Reagire! Aprire la porta e correre fuori a vivere la primavera… Ma da dove potrei cominciare? Da un orto che non ho mai coltivato, o da una lunga passeggiata in mezzo alla campagna?
Boh! Non lo so. Quello che so, è che me ne sto qui, apatico, a guardare dalla finestra un uomo molto più anziano di me che, dedicandosi alla cura di un orto che non è nemmeno suo, vive, e alla grande, il crepuscolo di una vita intensa.